Il sindacalista Marco Cornacchia di San Benedetto ribadisce l'importanza un'adeguata valutazione fra il benessere psicofisico e la giusta retribuzione per gli operatori sanitari



Redazione

SAN BENEDETTO DEL TRONTO
<<Nella sanità, come in qualunque altro ambito lavorativo, il denaro viene spesso indicato come il principale motore della motivazione. È innegabile che una retribuzione adeguata rappresenti una forma di riconoscimento concreta del valore professionale, oltre che una necessità per garantire stabilità e sicurezza personale. Eppure, non basta a risolvere la crescente demotivazione che attraversa il comparto degli operatori della salute>>. Sono queste le parole del sindacato degli infermieri Nursing up rappresentato da Marco Cornacchia. 
<<La risposta, a mio avviso - prosegue - si cela nel crescente bisogno di condivisione, di progettazione ed essere guida a un sistema sanitario che ha bisogno di orientare le scelte e le risorse verso un unico obiettivo. Un percorso di cure alla persona di ottima qualità. La crisi motivazionale - spiega l'infermiere - che oggi molti professionisti vivono affonda le radici in problematiche più profonde e strutturali. Il primo elemento riguarda la quasi totale assenza di una reale progressione di carriera. In molti contesti, l’infermiere e vale per tutti gli operatori della salute le possibilità di crescita professionali sono limitate. Dopo anni di esperienza, aggiornamento continuo e assunzione di responsabilità crescenti, il percorso appare spesso statico. L’assenza di prospettive chiare genera frustrazione e spegne l’entusiasmo iniziale. Il risultato è evidente lo sgretolamento di un impegno costante e quotidiano, la forza trainante nel curare viene meno. Un altro aspetto riguarda l’ambiente lavorativo. In contesti, più che uno spazio di collaborazione e sostegno reciproco, il luogo di lavoro viene percepito come tossico. Carichi eccessivi, turnazioni pesanti, carenza di personale e di professionalità, conflitti interni e scarsa comunicazione contribuiscono a creare un clima di tensione. La mancanza di ascolto e di valorizzazione mina il senso di appartenenza. È difficile sentirsi motivati in un ambiente in cui prevalgono stress e conflittualità anziché fiducia e collaborazione. Inoltre, una sfida non da poco, riguarda il supporto alla persona. Le aziende sanitarie raramente si fanno carico del benessere psicologico dei propri dipendenti. Eppure, quotidianamente si hanno forti sollecitazioni emotivamente intense: sofferenza, dolore, morte, responsabilità, cliniche assistenziali rilevanti. Senza adeguati strumenti di supporto - come sportelli di ascolto, presenza psicologi, percorsi di coaching o programmi strutturati di benessere organizzativo - il rischio di lasciare indietro e di perdere colleghi diventa inevitabile. Investire nella salute psicofisica dei professionisti non è un lusso, ma una necessità strategica. Pertanto - conclude Cornacchia - oltre la questione del riconoscimento economico in divenire, occorre migliorare gli ambienti lavorativi e dare valore agli operatori sanitari che tutti i giorni e notti si prendono cura degli altri>>.

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