Siamo alla penultima tappa dell’analisi del pensiero di M. D. Philippe, il pensatore francese che nel suo studio espone la comprensione unitaria della figura di Eva e della Donna vestita di sole dell’Apocalisse, riconosciuta dalla tradizione patristica come figura di Maria e della Chiesa. In tale prospettiva, la femminilità acquista un significato peculiare all’interno dell’economia della salvezza, mettendo in luce il contributo specifico della donna al mistero della redenzione



Esercitare il pensiero. La rubrica di Giancarla Perotti

RUBRICA
Sesta e penultima parte
Maria si contrappone a Eva perché non confida nelle proprie forze, ma si abbandona interamente alla volontà di Dio. In questo cammino è preceduta e accompagnata dal Figlio, venuto nel mondo per compiere la volontà del Padre. La sua obbedienza assoluta lo conduce fino alla morte, e alla morte di croce. Sul Calvario la sofferenza raggiunge il suo culmine e il Figlio associa la Madre al mistero della sua Passione.

M. D. Philippe critica le rappresentazioni artistiche, diffuse soprattutto nell’età barocca, che raffigurano Maria svenuta ai piedi della Croce, sorretta da San Giovanni o dalla Maddalena, perché, a suo giudizio, non colgono il significato autentico dello Stabat Mater (Gv 19,25). Maria non soccombe al dolore, ma lo accoglie e lo trasfigura. La profezia di Simeone si compie pienamente: una spada le trafigge il cuore. La sua intelligenza è immersa nello smarrimento, poiché le promesse dell’Annunciazione sembrano infrangersi davanti alla condanna del Figlio, che non ha restaurato il trono di Davide ed è stato rigettato dai capi del suo popolo. Tuttavia, proprio nel cuore di questa oscurità, Maria comprende che Gesù rimane nella gloria del Padre.

Particolarmente originale è la meditazione di Philippe sul silenzio del Padre durante la Passione. Il Padre sembra tacere e lasciare il Figlio nella più radicale solitudine; un silenzio che, lungi dall’essere assenza, costituisce uno dei misteri più profondi dell’amore divino. Philippe afferma che il Padre “tace per lasciare tutto lo spazio a Maria” e aggiunge che “il Padre si cancella davanti a Maria”. Si tratta evidentemente di un linguaggio contemplativo, che egli stesso precisa escludendo ogni interpretazione letterale: Maria non è mediatrice della presenza del Padre, ma il Padre si serve della sua presenza materna per rendere più sensibile la propria vicinanza nel prolungamento del mistero dell’Incarnazione.
In questa estrema solitudine, soltanto la presenza silenziosa della Madre accompagna Gesù. Maria vive “un abisso di sofferenza”, ma una sofferenza trasfigurata dalla contemplazione e da un amore perfetto che le impedisce di ripiegarsi su se stessa. Ella è totalmente presente al Figlio. Per questo Philippe sostiene che la Vergine passa “dal mistero del Figlio al mistero del Verbo”: riesce a rimanere salda (stabat) ai piedi della Croce perché scopre che il suo Gesù continua ad essere eternamente “nel seno del Padre” (in sinu Patris). Tutte le sofferenze della Passione non intaccano infatti l’intimità eterna tra il Verbo e il Padre. È questa contemplazione che sostiene Maria e le permette di restare in piedi.

Questa prospettiva trova, secondo Philippe, un’ulteriore conferma nell’Apocalisse. Il cavaliere sul cavallo bianco, il cui nome è “Verbo di Dio” (Ap. 19,11-16), manifesta che proprio sulla Croce si rivela la vittoria del Verbo. Per questo motivo il Calvario può essere considerato come una seconda Annunciazione: la prima aveva rivelato il Figlio incarnato, la seconda rivela il Verbo nella sua gloria. Esteriormente la Croce appare come sconfitta e fallimento; interiormente è la manifestazione suprema della vittoria dell’amore. Maria custodisce nel cuore la parola ricevuta all’Annunciazione senza opporla dialetticamente alla Croce; continua a credere anche quando tutto sembra contraddirla, perché, come afferma Philippe, “bisogna credere nell’amore”.

Cristo glorifica il Padre mediante la sua obbedienza e realizza pienamente la redenzione dell’umanità. Maria partecipa liberamente a questo mistero condividendone la sofferenza. Il suo dolore non aggiunge nulla all’efficacia salvifica del sacrificio di Cristo, già perfetto e sufficiente, ma si unisce ad esso nell’amore, secondo la logica della partecipazione espressa da san Paolo quando parla del “completare nella propria carne ciò che manca ai patimenti di Cristo” (Col. 1,24). In questo senso Philippe utilizza il titolo di “corredentrice”, intendendolo come cooperazione subordinata e totalmente dipendente dall’unica mediazione redentrice di Cristo.

L’artista Michel Ciry ha saputo tradurre visivamente questa intuizione nelle sue acqueforti dedicate allo Stabat Mater, raffigurando Maria non prostrata ai piedi della Croce, ma accanto ad essa, con le mani appoggiate al legno e il volto scavato dal dolore. È la figura della Donna che partecipa pienamente al mistero del Figlio.
Nel momento culminante della Passione Gesù rinuncia anche all’affetto terreno più prezioso e dona la Madre all’umanità: “Donna, ecco tuo figlio... Ecco tua madre” (Gv. 19,26-27). In questo gesto Philippe riconosce l’origine della maternità ecclesiale di Maria. La maternità divina, mediante la quale ha generato il Figlio di Dio nella carne, diviene fondamento della maternità spirituale verso tutti i credenti. Le due maternità non si oppongono, ma si richiamano reciprocamente e trovano un’ulteriore sintesi nella visione della Donna dell’Apocalisse (Ap. 12), nella quale Maria appare madre del Cristo e insieme madre di coloro che appartengono al suo Corpo.

È precisamente in questa duplice maternità che Philippe individua il contributo propriamente femminile alla redenzione. Maria coopera al mistero della salvezza non soltanto come Madre del Verbo incarnato, ma anche offrendo a Dio ciò che Cristo, secondo la prospettiva dell’autore, non poteva offrire nello stesso modo: l’intelligenza umana immersa nelle tenebre della fede. Mentre Cristo vive la perfetta comunione filiale con il Padre, Maria sperimenta l’oscurità della fede e offre liberamente la propria intelligenza come sacrificio d’amore. In tal modo, l’orgoglio, simboleggiato dalla testa del serpente, viene vinto mediante l’umiltà dell’obbedienza.

Le ultime parole di Gesù sulla Croce acquistano così un significato ancora più profondo. Dopo aver affidato Giovanni a Maria, Gesù grida: “Ho sete” (Gv. 19,28). I soldati interpretano quelle parole come una semplice sete fisica, ma Philippe, riprendendo anche l’intuizione di santa Caterina da Siena, vi legge l’espressione dell’infinito desiderio di amare. Maria, e con lei Giovanni, comprende che quella sete manifesta un amore che la stessa sofferenza della Croce non riesce ad esprimere pienamente. Il mistero della Passione culmina così non soltanto nel dolore, ma nella rivelazione dell’amore senza misura del Figlio e nella piena partecipazione della Madre a tale mistero.

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